Tokenizzazione e RWA: quando la blockchain diventa infrastruttura della finanza tradizionale

La tokenizzazione sta cambiando: dalla promessa crypto all’infrastruttura utilizzata dalla finanza tradizionale

Per anni quando si parlava di blockchain la domanda era quasi sempre:

“Quale sarà il prossimo token a salire?”

Oggi sta emergendo una domanda completamente diversa:

“Quali asset che esistono già possono funzionare meglio usando la blockchain?”

La differenza sembra piccola.

In realtà cambia completamente il punto di vista.

Non stiamo più parlando soltanto di creare nuovi asset digitali.

Stiamo parlando di portare sulla nuova infrastruttura:

fondi;

titoli;

obbligazioni;

crediti;

collateral;

depositi;

asset del mondo reale.

La vera rivoluzione blockchain, quindi, potrebbe non essere creare migliaia di nuovi token.

Potrebbe essere rendere programmabili asset che conosciamo già.

Un esempio concreto è arrivato a fine settembre

Il 28 settembre 2026 Bybit e Franklin Templeton hanno annunciato una collaborazione che permette a clienti idonei di utilizzare quote tokenizzate di fondi monetari Franklin Templeton come collateral off-exchange.

Le quote vengono emesse attraverso la piattaforma Benji di Franklin Templeton.

La struttura consente di mantenere le quote presso ByCustody e utilizzare il loro valore come garanzia per ottenere capacità di trading su Bybit, senza dover trasferire direttamente l’asset sottostante sull’exchange.

Fermiamoci un momento.

Questa notizia non riguarda una nuova memecoin.

Non riguarda una nuova criptovaluta.

Riguarda un fondo monetario tradizionale.

La blockchain viene utilizzata come infrastruttura per rappresentare, trasferire e utilizzare finanziariamente quote di un prodotto già appartenente alla finanza tradizionale.

Ed è proprio qui che il concetto di tokenizzazione comincia a diventare interessante.



Cosa significa realmente tokenizzare?

Immagina un titolo finanziario tradizionale.

Per acquistarlo, venderlo o trasferirlo possono intervenire diversi sistemi:

intermediario;

custode;

registro;

clearing;

settlement;

banca;

piattaforma.

Ogni soggetto deve aggiornare i propri registri.

La tokenizzazione prova a portare alcune di queste funzioni all’interno di un’infrastruttura digitale programmabile.

Il Fondo Monetario Internazionale ha spiegato nel luglio 2026 che la tokenizzazione può integrare proprietà, trasferimento e pagamento all’interno di registri condivisi e programmabili, riducendo alcune delle tradizionali attività di riconciliazione.

In parole semplici:

asset + regole + trasferimento possono avvicinarsi nello stesso ambiente tecnologico.

Il token non è necessariamente il valore

Qui nasce uno degli equivoci più frequenti.

Vedere un token sulla blockchain non significa automaticamente aver trovato un nuovo investimento.

Il token può essere semplicemente il contenitore digitale di un diritto economico già esistente.

Può rappresentare:

una quota di un fondo;

un’obbligazione;

un credito;

un deposito;

una partecipazione;

un diritto su un’attività sottostante.

Quindi la domanda non dovrebbe essere:

“Quanto vale il token?”

Prima ancora dovremmo chiedere:

“Che cosa rappresenta?”

Il caso Franklin Templeton mostra perché questa distinzione è importante

Nel caso della collaborazione con Bybit, il valore non nasce perché una quota viene registrata attraverso tecnologia blockchain.

Il rendimento continua a dipendere dagli asset detenuti nel fondo monetario.

La blockchain aggiunge principalmente una nuova capacità:

utilizzare quella posizione all’interno di un’infrastruttura digitale.

In questo caso specifico, come collateral.

La tecnologia modifica quindi come l’asset può essere utilizzato, non necessariamente ciò che economicamente produce il suo valore.



Perché interessa alla finanza tradizionale?

Perché in finanza non conta soltanto quanto rende un capitale.

Conta anche quanto efficientemente può essere utilizzato.

Supponiamo che un soggetto possieda un’attività finanziaria.

Se per utilizzarla come garanzia deve:

venderla;

trasferire liquidità;

spostare asset;

attendere il settlement;

immobilizzare altro capitale,

esiste un costo.

Se invece quell’asset può essere identificato digitalmente, trasferito o utilizzato come collateral attraverso infrastrutture integrate, parte di quelle inefficienze potrebbe ridursi.

Questo è uno dei motivi per cui la tokenizzazione sta attirando l’attenzione anche delle istituzioni.

La BCE parla ormai esplicitamente di mercati tokenizzati, asset programmabili e infrastrutture capaci di operare con maggiore automazione e disponibilità.

Ma blockchain non significa assenza di intermediari

Altro mito da sfatare.

Per anni abbiamo sentito:

blockchain = eliminazione degli intermediari.

La realtà che sta emergendo è più complessa.

Possiamo continuare ad avere:

gestore;

custode;

emittente;

exchange;

banca;

fornitore tecnologico;

smart contract;

autorità di vigilanza.

La differenza è che i ruoli possono cambiare.

La blockchain potrebbe eliminare alcune riconciliazioni e automatizzare determinati processi.

Non elimina però automaticamente:

fiducia;

diritto;

custodia;

compliance;

controlli.

La Banca dei Regolamenti Internazionali ha osservato nel 2026 che la DLT sembra muoversi più verso una progressiva integrazione nella finanza esistente che verso la completa eliminazione dell’intermediazione.

Il rischio non sparisce: cambia posizione

Questa frase è fondamentale:

una tecnologia più efficiente non trasforma automaticamente un investimento rischioso in un investimento sicuro.

Rimangono da studiare:

rischio dell’asset sottostante;

rischio dell’emittente;

rischio di custodia;

rischio tecnologico;

rischio dello smart contract;

rischio normativo;

rischio di liquidità;

rischio di controparte.

In alcuni casi potrebbero persino emergere nuovi rischi legati all’infrastruttura.

Il FMI avverte, ad esempio, che automatizzazione e settlement più veloci possono ridurre alcune frizioni ma anche permettere a problemi e richieste di liquidità di propagarsi più rapidamente.

La domanda del futuro potrebbe quindi cambiare

Non più:

“Qual è la prossima crypto?”

Ma:

“Quali attività economiche possono essere gestite meglio attraverso una nuova infrastruttura?”

È una domanda molto più interessante.

Perché ci porta dalla speculazione alla comprensione del modello.


 

La tecnologia è solo il primo livello

Probabilmente nei prossimi anni sentiremo parlare sempre più spesso di tokenizzazione.

Ma conoscere la parola RWA non significa aver compreso un progetto.

La parte importante viene dopo.

Quale asset viene tokenizzato?

Chi lo possiede?

Chi lo custodisce?

Come produce valore?

Quali diritti possiede il titolare del token?

Come si entra?

Come si esce?

Quali rischi rimangono?

È questo il tipo di lavoro che permette di separare una tecnologia interessante da un modello realmente comprensibile.

FAQ

Tokenizzazione e criptovalute sono la stessa cosa?
No. Le criptovalute possono essere asset nativi digitali. La tokenizzazione può invece rappresentare su infrastruttura digitale attività già esistenti nel mondo finanziario o reale.

Un asset tokenizzato diventa automaticamente più liquido?
No. La tecnologia può rendere il trasferimento più semplice, ma la liquidità richiede comunque compratori, venditori e un mercato sufficientemente attivo.

Tokenizzare un asset aumenta il suo valore?
Non necessariamente. Il valore economico continua a dipendere principalmente dall’asset sottostante e dai diritti collegati.

Perché la finanza tradizionale è interessata alla tokenizzazione?
Tra i potenziali vantaggi ci sono maggiore automazione, settlement più efficiente, programmabilità e nuovi utilizzi del collateral.

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